La Croda del Becco dal rifugio Pederù



Lunghezza: 19,4 Km
Dislivello: 1423 m.
Tempo in movimento: 9 h
Altitudine max: 2810 m.
Difficoltà: impegnativo

Questa splendida escursione è pensata per escursionisti ben allenati a lunghe distanze. Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche, ma richiede una buona resistenza alla marcia e confidenza con salite e discese su sentieri sconnessi. Va segnalato che la salita dal rifugio Biella alla Cima della Croda del Becco avviene su una traccia non segnata con i classici segnavia bianchi e rossi. In caso di nebbia, nei punti in cui si incrociano più tracce, potrebbe essere difficile orientarsi; il resto del percorso avviene invece su strada forestale o su sentiero numerato. Lo sforzo della lunga salita è ampiamente ricompensato dai panorami spettacolari: la vista aerea sul Lago di Braies è mozzafiato, ma è l'intera Alpe di Sennes a stupire, con la sua meravigliosa foresta e le imponenti cime dolomitiche che disegnano un orizzonte dalle forme variegate. In estate, nelle prime ore del mattino e nella direzione opposta alla nostra si incontrano molti escursionisti, quasi tutti stranieri. Dopo aver pernottato nei rifugi Biella e Sennes sono intenti ad affrontare la seconda tappa dell'Alta Via delle Dolomiti 1, diretti verso il Rifugio Fanes. Sulla via del ritorno, dopo il rifugio Sennes, non si deve mancare la deviazione lungo il sentiero 7 verso l'incantevole villaggio alpino di Fodara Vedla, anche se si dovrà pagare pegno con una discreta risalita supplementare. L'ultima sezione del percorso scende poi in modo molto ripido verso il Rifugio Pederù lungo la vecchia strada militare sterrata a tornanti, un fondo compatto e inclinato che sollecita notevolmente le articolazioni e i piedi già provati dal lungo tracciato. Alla fine della giornata, avrei dato qualsiasi cosa per trovare un ruscello dalle acque gelide dove immergerli per un bel po'!

3/7/2026

Come arrivare: il Rifugio Pederù si trova nel cuore del Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies ed è raggiungibile in auto o con i mezzi pubblici risalendo la Val Badia fino a San Vigilio di Marebbe. Il percorso principale prevede di percorrere l'Autostrada del Brennero A22 fino all'uscita di Bressanone-Val Pusteria, per poi proseguire lungo la Strada Statale della Val Pusteria SS49 in direzione di Brunico. All'altezza di San Lorenzo di Sebato si svolta a destra imboccando la Strada Statale della Val Badia SS244 e, giunti a Longega, si devia a sinistra seguendo le indicazioni per San Vigilio di Marebbe. Superato il paese, si imbocca la Strada Val dai Tamersc e la si percorre per circa 12 chilometri fino alla fine della valle, dove si trovano l'ampio parcheggio e il rifugio. Sulla strada, un po' prima di giungere a destinazione, si incontra una stazione per il pagamento del biglietto di accesso al Parco Naturale e al parcheggio di Pederù, che per il 2026 prevede una tariffa di 13€.



Il Rifugio Pederù sorge sul fondo della Val dai Tamersc, una valle laterale della Val Badia tipicamente di origine glaciale, circondata da un anfiteatro naturale di imponenti pareti dolomitiche e bianchi ghiaioni. Dopo una sosta per il caffè di rito presso il Pederù Resort, l'itinerario inizia risalendo la ripida strada sterrata che si inerpica dentro uno stretto vallone in direzione dell'altopiano di Fodara Vedla sul sentiero 7.


La nascita di questa strada risale alla Prima Guerra Mondiale, quando la conca del Pederù si trovava nelle immediate retrovie del fronte dolomitico presidiato dall'esercito austro-ungarico. Per garantire il rifornimento logistico delle prime linee posizionate sugli altopiani di Sennes e Fanes, il Genio militare austriaco decise di tracciare un collegamento che superasse il salto roccioso del Col della Macchina. I lavori di sbancamento del terreno, la frantumazione della roccia e la costruzione dei primi muretti a secco di contenimento vennero affidati ai prigionieri di guerra russi, impiegati come manodopera forzata sul fronte orientale. In condizioni ambientali e climatiche durissime i prigionieri aprirono la prima via d'accesso, che all'epoca era poco più di una pista militare adatta al transito di carri e truppe.

Nel dopoguerra, per superare lo stato di abbandono del vecchio tracciato e renderlo idoneo alle esigenze degli alpeggi e del turismo, la strada è stata radicalmente ricostruita tra il 1966 e il 1969 dalla Compagnia Genio Pionieri della Brigata Alpina "Tridentina" insieme alla Provincia Autonoma di Bolzano. I genieri alpini, affrontando la forte pendenza e l'instabilità del terreno, hanno allargato la carreggiata, stabilizzato il fondo sterrato e rinforzato i tornanti, consentendo il transito sicuro dei mezzi fuoristrada lungo i 430 metri di dislivello che portano agli insediamenti superiori.



Imponenti pareti dolomitiche e bianchi ghiaioni caratterizzano l'anfiteatro naturale attorno al Pederù.



Raggiunto l'inizio del pascolo, delimitato dalle due barre elettrificate poste sulla strada, abbandoniamo la sterrata diretta al villaggio di Fodara Vedla e imbocchiamo il sentiero 7a sulla sinistra. La salita continua ora sul versante orografico destro della conca. Tra mughi e conifere la valle si allarga progressivamente mostrando le pareti calcaree delle cime dolomitiche che ne delineano i confini. Sull'opposto versante si scorge la forestale che va invece a Fodara Vedla e che percorreremo nel ritorno. 


Superato il ripido versante roccioso della valle, il sentiero va a ricongiungersi con la sterrata che sale da Fodara Vedla e diretta al rifugio Sennes. La camminata procede ora in moderata pendenza mentre l'orizzonte si apre sulla vastità dell'altopiano di Sennes. La vegetazione di mughi e conifere inizia a intervallarsi con ampi prati verdi pianeggianti. Uno skyline frastagliato di vette dolomitiche dalle forme tormentate circonda la conca. Sullo sfondo la Croda Rossa d'Ampezzo e il monte Cristallo, due famose cime delle dolomiti ampezzane

Dopo 4,7 chilometri di cammino e circa 2 ore dalla partenza siamo in vista del Rifugio Sennes, davanti al quale si estende una vasta conca prativa pianeggiante. La visibile striscia erbosa sulla destra, lunga circa 400 metri e larga 40, venne realizzata nel 1968 per scopi di difesa e controllo dei confini statali, diventando all'epoca la pista d'atterraggio per aerei leggeri più alta d'Europa a 2.122 metri di altitudine. Inizialmente concepita per i velivoli da ricognizione dell'Esercito e in seguito usata anche da aerei da turismo, la pista è stata successivamente dismessa a causa del mutamento delle strategie militari e dell'introduzione dei vincoli ambientali del parco naturale.



Un gruppo di escursionisti, perlopiù asiatici, è fermo per le foto di rito. La loro presenza rappresenta la vera sorpresa di questi ultimi anni e testimonia i cambiamenti dei flussi turistici legati ai popoli emergenti.
A sinistra si erge la mole imponente della Croda Rossa d'Ampezzo, al centro il gruppo del Cristallo, a destra il Sorapiss


La segnaletica dell'Alto Adige utilizza tavolette di larice che durano nel tempo ma che sono di difficile leggibilità poiché il legno esposto agli agenti atmosferici assume una tonalità scura che riduce il contrasto con le scritte incise. Le indicazioni trilingui – in ladino, italiano e tedesco – segnalano le direzioni e i tempi di percorrenza per diverse mete della zona, tra cui l'Ücia Munt de Senes, il Passo di Senes (Ju de Senes), il Rifugio Biella (Seekofel-Hütte) e l'Ücia Fodara Vedla, oltre al contrassegno dell'Alta Via delle Dolomiti 1. Il termine ladino ücia sta proprio per rifugio.

La storia del Rifugio Sennes (in tedesco Senneshütte, in ladino Üćia de Senes), situato a 2.126 metri di altitudine, risale agli anni trenta del secolo scorso. La struttura venne infatti costruita tra il 1937 e il 1939  per l'iniziativa di una famiglia del posto che ne mantiene tuttora la gestione e sorge a poca distanza da un antico insediamento d'alpeggio composto da piccole baite tradizionali. 


Riprendiamo il cammino seguendo le indicazioni per il rifugio Biella. La Croda del Becco, la cui forma ricorda il dorso liscio di una grande seppia adagiata, diventa ora la protagonista della scena con le grigie stratificazioni calcaree della parete sud  che creano un forte contrasto cromatico con il verde dei pascoli. 



Superato un gradino erboso si procede in campo aperto e ondulato sui pascoli e le rocce affioranti dell'altopiano di Fosses per poi scendere e andare a innestarsi sulla forestale diretta al rifugio Biella, ormai visibile in lontananza



Dei cartelli segnalano il confine tra il Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies e il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo. Da queste parti ci ero già venuto in occasione di una passata escursione invernale



Guardando verso sud si scorgono a sinistra la mole del Monte Pelmo, chiamato il Caregon del Padreterno per la sua forma di un grande trono roccioso e il gruppo delle Tofane sulla destra.



Dopo un'ora di cammino dal rifugio Sennes raggiungiamo il Rifugio Biella, 
2.327 metri, situato alla base della Croda del Becco (Seekofel in tedesco, Sas dla Porta in ladino), che da questa prospettiva mostra un profilo piuttosto tozzo e appare meno alto di quello che è in realtà. Ci fermiamo nei pressi del rifugio solo per il tempo di una bevuta e affrontiamo subito la salita raggiungendo in poco tempo la Sella Sora Forno (2388 m), dove si innesta il sentiero proveniente dal Lago di Braies.



Il sentiero, privo dei consueti segnavia bianchi e rossi, sale con ripide serpentine su un terreno accidentato e detritico facendoci guadagnare quota rapidamente. In basso si scorge il Rifugio Biella e la sterrata che lo raggiunge, sullo sfondo il gruppo del Sorapiss



Guardando verso est  l'orizzonte è dominato dalla imponente mole della Croda Rossa d'Ampezzo (Hohe Gaisl), che mostra le sue caratteristiche stratificazioni rocciose e le sfumature rossastre sulle pareti chiare. I
l Rifugio Biella è circondato dai nudi altipiani carsici d'alta quota. Sullo sfondo a sinistra emergono le sagome inconfondibili delle Tre Cime di Lavaredo e, poco distante, il profilo frastagliato dei Cadini di Misurina.



In alcuni punti la traccia si divide in diverse piste, e solo qualche ometto di pietra aiuta a mantenere la giusta direzione, rendendo l'orientamento potenzialmente problematico in caso di nebbia.



Superiamo poi un breve tratto esposto su cresta piuttosto larga e attrezzato con una catena 



Raggiunta quota 2600 m. 
circa, il ripido sentiero inizia a spianare in vista della lunga dorsale che porta alla vetta, ormai visibile. Raccogliamo le forze per affrontare l'ultima fatica.



Una volta in vetta, lo spettacolo è impressionante: la prima cosa che cattura lo sguardo è  certo il Lago di Braies (Pragser Wildsee), splendido per i colori e per la verticalità della parete sottostante. Sulla destra spiccano gli enormi ghiaioni che come fiumi scendono verso la conca del lago, mentre a sinistra si apre la bellissima Val di Foresta (Grünwaldtal).


Zoom sul lago di Braies. Questo celebre lago ha avuto origine da una frana staccatasi dal Sasso del Signore che andò ad ostruire la valle del rio Braies. Come detto il nome ladino della Croda del Becco è Sas dla Porta. Questo nome evoca la credenza che la monumentale parete rocciosa fosse l'accesso al leggendario Regno dei Fanes, l'antico popolo mitologico delle Dolomiti.



Verso ovest le creste precipitano con pareti che rivelano la storia tormentata delle Dolomiti, nate dal sollevamento di antichi fondali marini. È stata poi l'incessante azione degli agenti atmosferici a mettere a nudo le spettacolari stratificazioni e la diversa composizione della roccia.



Ogni linea orizzontale rappresenta milioni di anni di paziente accumulo di sedimenti, gusci di organismi marini e barriere coralline sul fondo di un antico mare tropicale, la Tetide.
 

La Croda del Becco offre un grande panorama sulle dolomiti ampezzane e permette di scorgere in lontananza molti altri gruppi dolomitici.




Il ritorno avviene lungo lo stesso tracciato dell'andata. Ora rimpiango di non aver portato  con me i bastoncini che sarebbero stati un ottimo aiuto per affrontare questa discesa impervia.


Per il pranzo ci fermiamo al Rifugio Biella. Alla nostra richiesta di poter bere il nostro vino, il gestore, un simpatico romagnolo, manda a dire scherzosamente che ce lo permetterà solo a patto che sia migliore del suo. Sorridiamo, sapendo che il vino dell'amico Silvano è solitamente di ottima qualità, ben superiore a quello che si trova di norma in un rifugio d'alta quota. Alla fine del pasto, il gestore si presenta al nostro tavolo con una bottiglia e quattro bicchieri per offrirci un assaggio: nonostante la nostra bottiglia sia eccellente, il suo vino è decisamente migliore. Ci rivela poi che proviene direttamente dai suoi vigneti di Monreale, anche se l'etichetta riporta la scritta personalizzata "Rifugio Biella". Se passate dal suo rifugio, non mancate di assaggiarne un bicchiere.


Il Rifugio Biella (Seekofel Hütte in tedesco) si trova a 2.327 metri di quota nell'Alpe di Fosses, proprio ai piedi della maestosa Croda del Becco. Il rifugio fu inaugurato il 16 luglio 1907 con il nome di Egererhütte. A costruirlo fu la sezione dell'ÖAV di Eger, una città della Boemia che all'epoca faceva parte dell'Impero Austro-Ungarico. Gli alpinisti boemi si erano innamorati di questo brullo e spettacolare altopiano dolomitico e decisero di fondare qui la loro base. Negli anni '20, la sezione CAI di Biella si prese l'impegno di riattivarla e ristrutturarla legando così indissolubilmente il nome della città piemontese a questo angolo d'Ampezzo. Il rifugio gode di una fama internazionale perché rappresenta la fine della prima tappa dell'Alta Via numero 1 delle Dolomiti, quella che parte dal Lago di Braies. Chiunque decida di percorrere questo celebre trekking sa che il Biella è il primo, vero e spartano avamposto d'alta quota che si incontra sul cammino



Il paesaggio che circonda il rifugio è unico nel suo genere. A differenza delle classiche guglie appuntite, l'Alpe di Fosses si presenta come un altopiano carsico lunare, quasi desertico, dominato dalla ciclopica parete a strati della Croda del Becco. Secondo la mitologia ladina, questa conca brulla e priva di alberi era il cuore del leggendario Regno dei Fanes. Si narra che le montagne circostanti si siano colorate di grigio cupo proprio in seguito al declino e alla sconfitta di questo antico popolo mitologico.



I lastroni inclinati della Croda ricordano le pagine di un gigantesco libro di pietra dove ogni strato calcareo rappresenta un capitolo della storia geologica delle Dolomiti.



L'intera parete è interessata dal fenomeno del carsismo di superficie. Qui l'acqua piovana, attraverso la nota reazione chimica con il calcare, scioglie progressivamente la roccia, scavando una fitta serie di scannellature parallele che solcano l'intero versante.



Sulla via del ritorno, superato il rifugio Sennes, proseguiamo fino a questo bivio. Qui abbandoniamo il sentiero dell'andata e imbocchiamo sulla sinistra il sentiero 7 diretto al villaggio alpestre di Fodara Vedla. Sullo sfondo, il Sas dla Para (Lavinores)


Fodara Vedla è un piccolo villaggio di baite, tabià e pascoli d'alta quota situato a 1.980 metri di altitudine. Il nome della località, che in lingua ladina significa letteralmente "pastura vecchia", svela la vocazione rurale e pastorale della zona. Durante la prima guerra  mondiale qui sorse un vasto accampamento militare austriaco con baracche e ufficiali. La baracca degli ufficiali diventò in seguito una malga e infine l'attuale rifugio Fodara Vedla che si scorge nella foto sulla sinistra. L'accampamento di Fodara Vedla era un deposito d'alta quota riparato dai tiri dell'artiglieria italiana. La sua conca protetta permetteva di raccogliere i rifornimenti in arrivo da San Vigilio per poi smistarli in sicurezza verso le trincee d'avanguardia di Sennes e della Val Salata.



Lasciatoci alle spalle anche l'incantevole villaggio alpestre di Fodara Vedla e superata un'ultima, breve salita, proseguiamo la nostra discesa verso valle fino a ritrovare la strada militare. Da qui la Croda del Becco appare ormai lontana e il grigio severo della roccia, colpito dalla luce del tardo pomeriggio, inizia a tingersi di tonalità più calde. In basso sull'altro versante si scorge il sentiero percorso la mattina. 


Anche la Croda Rossa d'Ampezzo ha iniziato ad assumere una tonalità decisamente più calda, facendo pieno onore al nome che porta.



La discesa sulla strada militare si rivela molto più faticosa della salita per i nostri piedi e le ginocchia, anche perché, dopo una giornata tutto sommato fresca e nuvolosa, abbiamo percorso l'ultimo tratto sotto un sole cocente. Ma, come ben sappiamo, la fatica è passeggera, svanisce in fretta, lasciando spazio al ricordo indelebile della straordinaria bellezza dei panorami che ci hanno accompagnato in questa escursione.

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